Concorrenza Sleale Settore Moda. Beni per 600 miliardi.

Concorrenza Sleale nel Settore Moda

Concorrenza Sleale Settore Moda. Beni per 600 miliardi.

Le proposte del sistema imprenditoriale Campano

 

Lo scenario

Contraffazione, contrabbando, uso illegale di sostanze nocive, dichiarazione mendace sui materiali utilizzati, non curanza della legge, in poche parole: Concorrenza Sleale.

 

È stato stimato dalla Camera di Commercio Internazionale, che ogni anno vengono venduti beni contraffatti per un valore che si aggira attorno ai 600 miliardi di dollari, mentre 270mila è la stima dei posti di lavoro persi negli ultimi 10 anni a livello mondiale a causa della contraffazione, di cui 125.000 circa nella sola Comunità Europea, e 40mila in Italia.

La Campania risulta essere una delle regioni italiane più colpite da tale fenomeno. È una delle regioni che può vantare una tradizione manifatturiera tessile tra le più storiche d’Italia, che contava circa 100mila addetti, ma che negli ultimi anni ha subito una perdita consistente di posti di lavoro.

 

L’Italia è tra i primi paesi al mondo per contraffazione, con un giro d’affari stimato in 7,8miliardi di euro l’anno. Ad essi vanno aggiunte anche le perdite per lo Stato in termini di mancate entrate fiscali per oltre 5miliardi di euro, tra imposte dirette ed indirette. Se si riportasse il fatturato complessivo della contraffazione sul mercato legale, si genererebbe una produzione aggiuntiva per un valore di 18miliardi di euro.

La crescita della Contraffazione ha interessato oltre i settori tradizionali come l’abbigliamento e il lusso, anche prodotti del comparto farmaceutico, della cosmesi, giocattoli, computers e agroalimentari. Sembra che tutto ciò che offre il mercato sia idoneo a venire clonato, anche le automobili.

Da stime effettuate dall’OCSE ne emerge che la Contraffazione colpisce per il 60% il settore della moda e abbigliamento (tessile, pelletteria, calzature), seguito da quello derivante dalla pirateria musicale, audiovisiva e software, il resto da giocattoli (il 12% dei giocattoli in commercio è contraffatto) che, insieme ai farmaci, è il settore maggiormente in crescita; ed infine componentistica e cosmetici.

La fonte principale delle contraffazioni è individuata nell’Estremo Oriente. Circa il 70% della produzione mondiale di prodotti contraffatti proviene dal sud-est asiatico. Tra i produttori la Cina è  al primo posto (con il 60% del totale dei prodotti contraffatti), seguita da Corea, Taiwan, Thailandia, Pakistan, Malesia e altri paesi dell’area.

 

La destinazione di queste merci è rappresentata per il 60% circa dall’Unione Europea ed i paesi preferiti dai trafficanti per smerciare meglio tali prodotti sono l’Italia, la Spagna, la Turchia ed i paesi dell’ex blocco sovietico, segue infine il Marocco.

Le dinamiche della globalizzazione hanno fatto sì che tra i due bacini, Mediterraneo e Sud-est asiatico, si sia sviluppata ormai una completa interpenetrabilità. Sempre più spesso componenti falsificati di origine cinese entrano nell’UE scegliendo i varchi doganali più deboli, vengono quindi assemblati e spesso dotati di marchi contraffatti in diversi paesi dell’Unione, tra cui primeggia l’Italia che oltretutto è anche prima in Europa come consumatore di beni contraffatti.

Ma oggi il problema non risiede più solo nei prodotti importati. Le merci contraffatte sono infatti prodotte direttamente nei paesi destinatari del prodotto finito. Anche in Italia si producono merci contraffatte, in aree concentrate nel territorio napoletano, nella periferia milanese e nella provincia di Prato, dove è elevata la presenza di comunità cinesi.

La globalizzazione, l’internazionalizzazione e l’integrazione tra i popoli ha portato ad un aumento della presenza di imprese gestite da stranieri in Italia. Sono, difatti, più di 160mila le imprese nel nostro paese che presentano un titolare non italiano, una ogni 33 aziende registrate in Italia.

L’85% di queste attività è stato avviato dopo il 2000, prima di quella data era attivo solo il 15%.

Si tratta di 140.000 aziende create mediamente al ritmo di 20.000 ogni anno: dal 2003 ad oggi, il numero delle imprese straniere si è triplicato, passando da 56.421 unità ad oltre 160mila.

La regione capofila dell’imprenditoria straniera, con 30mila aziende, è la Lombardia, seguita dall’Emilia-Romagna (20mila), Lazio, Piemonte, Toscana e Veneto (15mila), Campania, Marche e Sicilia (4mila).

Il macro-settore privilegiato è l’industria, con 83.500 aziende (50,6% del totale), al suo interno prevale il comparto edile (64.500 aziende) seguito dal tessile (10mila aziende), nel quale si sono distinti i cinesi. L’altro macro-settore è quello dei servizi con circa 77mila aziende (pari al 46,9% del totale).

Da un’analisi più accurata dei dati si è osservato che la collettività del Marocco è maggiormente dedita al commercio (gestiscono infatti il 67,5% delle imprese attive in quel settore), quella della Romania all’edilizia (più dell’80%) mentre la Cina si ripartisce tra l’industria manifatturiera (46%), il commercio (44.6%) e adesso anche nella distribuzione. In particolare, dopo il tessile, sono stati oggetto di interesse il settore dei giocattoli, l’agroalimentare, l’artigianato e le produzioni tecnologicamente più avanzate.

 

Oggi subiamo un’invasione da parte di imprese cinesi con l’apertura di diversi laboratori sul nostro territorio, laboratori che però sfuggono a qualsiasi requisito di legge, sia per quanto riguarda la regolarità delle condizioni dei lavoratori, dalle posizioni contrattuali alla salubrità dei luoghi di lavoro, sia per la regolarità dei materiali utilizzati.

In tal modo, le imprese cinesi basano il proprio vantaggio competitivo sul prezzo di vendita.

Il boom di prodotti cinesi a basso costo ha conquistato rapidamente i mercati e nel contempo ha generato dei seri problemi per le produzioni locali, spiazzando addirittura le imprese che lavorano in nero.

Da qui la considerazione che oltre al basso costo del lavoro, i prezzi bassi sono riconducibili anche alla scarsa qualità dei materiali utilizzati e alla dubbia provenienza dei capitali impiegati.

Da tali considerazioni non si può chiedere alle aziende italiane di adeguarsi e rispettare gli standard europei ed italiani, imponendo leggi e normative restrittive, ed accettare impunemente la violazione delle stesse norme da parte dei produttori cinesi, in Cina come sul nostro territorio.

Si è assistito negli anni, infatti, alla globalizzazione dei marcati ma non ad una globalizzazione delle regole. Il problema è estremamente serio soprattutto per le piccole e piccolissime imprese locali italiane che costituiscono la rete imprenditoriale su cui si basa l’economia italiana.

Occorre, quindi, definire una normativa che consenta un’azione su scala internazionale, nazionale e regionale.

A tal fine, il Presidente di Confindustria Campania Giorgio Fiore ha istituito la Commissione Sistema Moda, coordinata da Luigi Giamundo, la quale ha posto tra i suoi obiettivi l’elaborazione di proposte volte alla tutela delle imprese del settore contro la concorrenza sleale.

In tal senso è stata avviata una fitta collaborazione tra la Commissione e le Istituzioni locali – Guardia di Finanza, Carabinieri, Agenzia delle Dogane, Prefettura, Inps, Ispettorato Regionale del lavoro – il cui primo risultato è stata la realizzazione di una “Giornata d’ascolto del settore moda”, durante la quale è stato istituito il “Tavolo di monitoraggio del Settore Moda”; il cui primo impegno è stata l’analisi delle problematiche del comparto e successiva elaborazione di possibili soluzioni. Dai diversi incontri intercorsi tra imprenditori ed Istituzioni sono emerse una serie di proposte di seguito riportate.

 

Le proposte

  1. Tutor o Garante d’azienda

“istituzione della figura di un socio o garante italiano senza il quale un extra-comunitario non possa avviare un’attività imprenditoriali in Italia”

Le imprese irregolari straniere si sono ormai integrate nel nostro tessuto produttivo e, potendo ormai controllare tutte le fasi della produzione, dalla lavorazione delle materie prime, al confezionamento, alla distribuzione e alla commercializzazione dei prodotti finiti, hanno anche la possibilità di poter apporre il marchio Made in Italy sul prodotto finito.

Per poter garantire e proteggere i nostri manufatti, sia in Italia che all’estero, riteniamo che il marchio Made in Italy debba essere apposto solo su quei prodotti realizzati in Italia ma da un’azienda regolare, che rispetti le leggi italiane ed europee adempiendo agli obblighi, contrattuali assicurativi e previdenziali, da queste previste.

A garanzia di tale rispetto proponiamo l’istituzione di un tutor o garante d’azienda, ovverosia un referente italiano da comunicare all’atto in cui l’impresa straniera viene conosciuta alla P.A., ponendosi tale figura come interfaccia e garante della legalità, libero da vincoli politici, volto a favorire l’integrazione delle imprese extracomunitarie con il nostro Paese.

La garanzia che “il tutor” deve offrire dovrà essere totale e cioè garanzia degli adempimenti fiscali e contributivi dell’impresa, garanzia della sicurezza e della regolarità dell’impresa.

Il “tutor” di nazionalità italiana, potrà essere una persona fisica coincidente con il Commercialista o con il Consulente del lavoro che ogni azienda extracomunitaria dovrà avere e comunicare all’atto della costituzione, a prescindere dal settore (non solo tessile), dalle dimensioni e dal numero di lavoratori occupati.

La proposta andrebbe a regolarizzare la costituzione delle imprese straniere in Italia, oltre che a migliorare le integrazioni tra le diverse culture, attraverso una più agevole informazione sulle leggi locali, regole ed abitudini, favorendo così più agevolmente l’inserimento.

Prassi simili sono adottate dalla stessa Cina, dove, addirittura, la forma più utilizzata di società con capitale straniero è la Equità Joint Ventures (EJV- Società a responsabilità limitata di diritto cinese a capitale misto tra stranieri e cinesi).

I soggetti esteri possono essere persone fisiche o società, mentre la parte cinese è rappresentata solo da persone giuridiche. Il partner straniero deve detenere una partecipazione di almeno il 25% del capitale fino ad un massimo del 99%; vi sono tuttavia settori dove la partecipazione estera non può superare il 49% o il 50%.

Non in tutti i settori difatti è consentito investire per gli stranieri: fra gli investimenti possibili troviamo le società che esportano il 100% della produzione, gli investimenti hi-tech e gli investimenti nelle Regioni meno sviluppate; tra i settori “ristretti” c’è l’industria leggera, tessile, costruzioni meccaniche, trasporti, industria farmaceutica, elettronica; trai settori “vietati” la produzione di armamenti, servizi postali o di telecomunicazioni, radiotrasmissioni, industria cinematografica, giornalismo, estrazioni minerarie.

Ma anche in altri paesi come Andorra, Argentina e Thailandia vigono norme simili. Nella stessa Europa, la Germania prevede che gli stranieri che non appartengono all’UE, agli USA o al Canada, per poter avviare un’attività commerciale autonoma devono -prima dell’entrata nel paese- richiedere un permesso di soggiorno presso la competente rappresentanza straniera tedesca (Consolato, Ambasciata, ecc).

  1. Rintracciabilità prodotti e controlli a valle

“estensione degli strumenti previsti in materia di anticontraffazione marchi e segni distintivi anche alle azioni di contrabbando e falsificazione composizione prodotti”

La difficoltà di effettuare azioni di controllo a monte determina la necessità di potenziare il monitoraggio a valle dell’importazione, mediante una norma che legittimi il controllo a campione della merce importata in una qualunque fase del ciclo distributivo della stessa, al fine di verificare la qualità dei materiali in relazione alla salute del consumatore, all’impatto ambientale e ad eventuali dichiarazioni mendaci sulla composizione del capo. Tali azioni potranno essere agevolate proprio grazie alle segnalazioni indicate dagli stessi imprenditori, ed inoltre, l’efficacia di tali atti potrà essere rafforzata con il successivo sequestro della merce presso l’esercizio in cui è stata trovata la merce illegale.

La suddetta legge dovrebbe consentire di estendere gli strumenti normativi anticontraffazione previsti dalla legge 23 luglio 2009 n.99 anche alle azioni di contrabbando e falsificazione nella dichiarazione della composizione prodotti.

Importante sarebbe ad esempio l’adozione della rintracciabilità dei prodotti, che consentirebbe di evidenziare una maggiore trasparenza delle fasi del processo produttivo, sia sotto l’aspetto qualitativo sia sotto l’aspetto economico, attraverso l’individuazione del paese di origine delle singole fasi di produzione del manufatto e dei materiali utilizzati per confezionarlo.

Tale provvedimento potrebbe rappresentare un deterrente per quei commercianti che per non incorrere nel rischio di vedersi sequestrare la merce, cercheranno preventivamente di assicurarsi che la merce sia regolare.

Analisi quali-quantitative dei prodotti

A sostegno di tale proposta vi è la constatazione che per i prodotti provenienti dai mercati extra-comunitari, spesso non sono adottate le stesse regole in materia di sostanze e materiali utilizzati per il confezionamento dei manufatti. Tali materiali, infatti, risultano spesso essere nocivi per la salute dell’uomo ed anche per l’ambiente. Da diverse verifiche ed analisi condotte in laboratorio dai periti tessili industriali è emerso che:

  • Analisi quali-quantitative dei tessuti:

frequentemente l’imprenditore italiano acquista un capo misto al prezzo di un capo di cotone. Tale difformità comporta una vera e propria truffa sia riguardo l’aspetto qualitativo che quello economico, senza tralasciare che il consumatore finale acquista un capo con una composizione fibrosa diversa da quella indicata sull’etichetta, il chè potrebbe causare problemi ed irritazioni all’epidermide, nonché reazioni allergiche.

Tali dichiarazioni mendacee sulla composizione dei tessuti da parte dei fornitori comporta danni anche alle attività di lavanderia, le quali attenendosi per Legge alle istruzioni riportate, danneggino comunque il capo con le conseguenti richieste di risarcimento alle Imprese Assicuratrici;

  • Solidità delle tinte:

molti prodotti tessili importati difettano di solidità delle tinture ai lavaggi, allo stiro, alla luce, ecc.. Tali fenomeni, oltre a danneggiare il capo stesso, possono danneggiare il consumatore, sia per contatto sulla pelle che per le vie respiratorie.

 

Tali pratiche, dunque, anche se non costituiscono azioni di contraffazione marchi, costituiscono indubbiamente una truffa ed un comportamento sleale che va arginato e punito. Inoltre, considerando che, chi opera in Italia, può apporre il marchio Made in Italy, ne consegue un deprezzamento della nostra immagine.

  1. Legge antiriciclaggio per i doganalisti

“sul presupposto che i flussi finanziari connessi all’Import/Export possono essere strumentali per il riciclaggio di denaro di dubbia ed illecita provenienza si propone di includere la categoria dei doganalisti in quella dei soggetti obbligati a dare segnalazioni per merci viziate in tal senso”

Atteso che:

  • la merce che arriva in Italia potrebbe essere strumento per azioni di riciclaggio,
  • che uno degli strumenti utilizzati per riciclare denaro può essere il canale della filiera commerciale,
  • che i doganalisti sono i primi collaboratori dell’autorità doganale,

si propone che in relazione ad operazioni svolte dai doganalisti, per le quali vi sia il sospetto di riciclaggio di denaro di provenienza illecita, si imponga l’obbligo per gli stessi di fare segnalazioni per eventuali merci viziate in tal senso.

Istituire, dunque, una legge nazionale antiriciclaggio per i doganalisti, che includa la loro categoria nel novero dei soggetti obbligati ai sensi del D. Lgs n. 231/2007.

  1. Deposito IVA garantito

“prevedere, preventivamente l’uso del Deposito IVA, un’autorizzazione d’uso Deposito IVA da richiedere all’ufficio dell’Agenzie delle Entrate oppure, una fideiussione bancaria”

L’Istituto del Deposito IVA (previsto dalla legge 427/93) prevede che le merci importate possano transitare ed essere custodite nel porto senza pagare l’IVA in dogana. Tale pratica ha consentito il diffondersi di pratiche illegali per cui alcune imprese che vengono create per pochi mesi, fanno transitare la merce senza pagare l’IVA, commercializzano i prodotti e poi falliscono, dopo aver venduto a prezzi più bassi in quanto non hanno sostenuto il costo IVA.

Per contrastare tali azioni illecite, si potrebbe prevedere che prima di poter usufruire di tale disciplina, le imprese si dotino di una autorizzazione d’uso Deposito IVA da richiedere all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate oppure, in alternativa, di una fideiussione bancaria versata al fine di poter usufruire del suddetto Istituto.